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7 aprile

Oggi ho sfogliato gli album con le foto della mia infanzia. Quanti ricordi, quanti momenti sono ormai passati da anni e non rivivranno più se non nel mio pensiero. Momenti in cui la mia innata curiosità sperimentava cose nuove. I mesi estivi passati nella villetta in campagna dei miei nonni…
Mi svegliavo con la finestra spalancata sull’orto, con gli alberi dei limoni e delle arance che profumavano l’aria. Il gracchiare delle gazze ladre si zittiva quando la voce di mia nonna chiamava “Jano”, mio nonno. Facevo colazione davanti all’immancabile puntata di Heidi o dell’Ape Maia e poi correvo a vestirmi e a chiamare il mio compagno di giochi. Suonavo il campanello e mentre lo facevo mi nascondevo per evitare di essere visto dalla telecamera che era accanto al pulsante per suonare… “Signora, buongiorno, sono Valerio, c’è Angelo?”. Passavamo ore interminabili a cercare nuove cose da fare, nuovi modi per giocare sotto il rovente sole dell’estate. Un grande carrubo era il nostro quartier generale, il nostro rifugio che, nel giro di poche settimane, sarebbe diventato poi il posto in cui giocavano tutti bambini della zona. C’era chi sul ramo più alto faceva da vedetta, chi dai rami più bassi faceva pendere delle corde a mò d’altalena, chi ripuliva le spesse radici da fogliame e carrube cadute, affinché potessero servire da rudimentali panche. Si organizzavano frugali merende con spuntini portati via dalle proprie dispense di casa. Si cercavano nuovi posti, nuovi sentieri da percorrere in bici, sentieri che, si diceva, portassero a case infestate da fantasmi o case i cui proprietari erano scomparsi misteriosamente. Arrivava poi il momento del pranzo, del ritorno nel mondo dei grandi. Mangiavamo tutti insieme e sulla tavola l’immancabile piattino con “i ‘ru coccia r’aulivi”, le olive nere per mio nonno…
Dopo pranzo era l’ora del “filinone”, una parola che da piccolo mi incuteva un’inspiegabile paura, di cui solo qualche anno fa ho capito il significato: filinone erano le ore vicine a nona, cioè l’ora liturgica nei monasteri benedettini che andava dalle 2 alle 3 pomeridiane. Erano dunque le ore che, nel nostro dialetto, indicavano il periodo del primo pomeriggio, in cui era d’abitudine fare un pisolino. Un’abitudine che ho sempre odiato perché mi ritrovavo a passare le ore che per me erano le più belle della giornata, solo nella mia stanzetta, con la paura che da un momento all’altro potesse uscire qualcuno o qualcosa dall’armadio di fronte al letto, sorvegliato da quel quadretto che raffigurava il volto di Gesù e i cui occhi sembrava che seguissero ogni mio non casuale gesto. A volte uscivo di soppiatto dalla stanza, facendo cura che la porta non cigolasse, andavo in terrazza e mi sedevo a guardare il panorama. Case con le tapparelle chiuse, cani che dormivano all’ombra di un albero, strade pressoché deserte, e il continuo, stremante cri cri delle cicale. Poi arrivava l’ora in cui i grandi si svegliavano e allora si poteva ricominciare a giocare con gli  amici della zona. Un pomeriggio cui sembrava non interessare il tramonto ci faceva compagnia. Il cielo cominciava però a farsi progressivamente più rossastro, le nuvole arancioni. Arrivava il momento di terminare la nostra giornata. A casa ci aspettava una doccia fresca e i vestiti puliti per la sera…

Una sera che a volte mi faceva strani scherzi, ma che comunque era per me bambino, preludio di un nuovo giorno alla luce del sole.
                      

Ci sono 3 commenti a “nessun titolo”

  1. aprile 9, 2005 at 12:20 am | #

    Mi hai commosso…non so se è stato il modo in cui hai raccontato questo pezzo di vita oppure i ricordi che mi ha suscitato…ricordi che vivo con profonda nostalgia e che spesso scaccio via perchè la voglia di tornare ad una spensierata infanzia è irresistibile. Grazie comunque per le emozioni che ha saputo darmi.

  2. agosto 4, 2006 at 5:39 pm | #

    Sul filo della memoria,hai raccontato un periodo molto bello dell’età verde.Tutti abbiamo dei ricordi legati alla memoria..Quando la nostalgia ci prende,ci rintaniamo come picoli cuccioli e al tepore di questi ricordi,riviviamo!Dolce Amarcord.Ciao principe,ti saluto.A presto! Dora44

  3. marzo 11, 2007 at 9:43 pm | #

    “dopo pranzo si andava a riposare

    cullati dalle zanzariere

    e dai rumori di cucina

    dalle finestre un po’ socchiuse

    spirali contro il soffitto

    e qualche cosa di astratto

    s’impossessava di me”

    ecco…ho ritrovato nelle tue parole quelle stesse sensazioni che mi tramette questa canzone di battiato e che io stesso (pur non in sicilia) ho provato nella mia infanzia.

    quei momenti di buia calda solitudine…

    grazie

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