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7 giugno,
camera 306 A

Scrivo a matita su un foglio senza righe. Mi fa da supporto semirigido una sgualcita Settimana Enigmistica ormai quasi tutta finita, fatta eccezione  per i soli rebus…sono a letto.
Sono già passati sette giorni e ancora l’attesissima notizia della mia dimissione tarda ad arrivare. E in concomitanza con tale ansia cresce in me in modo esponenziale la nostalgia delle mie monotone abitudini, della mia casa, del mio habitat, delle persone che prima mi stancavo a vedere per più di dieci minuti consecutivi e che ora, invece, vorrei vedere tutto il giorno, ogni momento. Gli orari delle visite sono due appuntamenti fissi di sole tre ore complessivamente. Tre ore di compagnia contro le restanti ventuno da trascorrere, fra una flebo e un prelievo, assieme ad un anziano signore, compagno di camera, che russa anche da sveglio.
Mi sento come quella volpe di cui parla “Il piccolo principe” di cui riporto le parole, copiandole per benino dal testo originale che mi sono fatto appositamente portare da casa:

“Il piccolo principe ritornò l’indomani:-Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora- disse la volpe.-Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore…-”


Mi sento come questa volpe, adesso. Passo la giornata aspettando che si faccia l’ora delle visite.
Dalle 13.00 alle 15.00, dalle 18.00 alle 19.00.

“..dlin-dlon. Si avvisano i signori familiari che l’orario delle visite è terminato.”

Buio!

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