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Fra le aritmiche ore di questi giorni, assieme al vortice di queste vacanze prive di senso, sono volati i ricordi di vite vissute nella purezza e nei profumi di un dopoguerra lontano. Snocciolati da voci polifoniche, i fatti hanno assunto colori cangianti, i nomi vivaci di ‘ngiùrie, soprannomi con forte valenza identificativa per ogni persona, per ogni famiglia, sono diventate parole esoteriche per richiamare vecchi mestieri, antiche abitudini, insoliti possessi…La sfera d’azione di due famiglie, poi unitesi per dar vita alla mia, aveva il suo centro nella chiesa del Carmine, fulcro di giochi di bambinetti e di incontri d’adulti. La famiglia di mio padre nella parte bassa, quella di mia madre in quella alta dello stesso quartiere. Un quartiere con una sua indipendenza storica, culturale e pure urbanistica. Unito da un crocicchio di due assi principali, si frammentava in grumi di case coese da strette vanedde, vicoli pulsanti, riscaldati dal sangue di chi ci abitava. Cortili interni, vesciche di piazzali che si aprivano qua e là, pronti ad accogliere scambi, sorrisi, commerci, carezze. Famiglie allargate alle dimensioni dell’isolato, comunione d’interessi come colla sociale. Si andava a prendere l’acqua nelle cisterne dell’amico vicino; si affidava il compito di lavare i panni del neonato alla lavandaia di turno, la prainara che, col carico sulla testa, scendeva al fiume a sbiancare tutto con sapone di casa e bolliti di  cenere; si aspettava l’arrivo del Natale fremendo per il sorteggio del Bambinello, tenero premio della lotteria parrocchiale, fremendo per poter giocare al settoro con le noccioline in sostituzione dei soldi; settimanalmente, si impastava il pane in casa e si infornava nel forno dell’improvvisato panettiere, che accettava il baratto di due pani per pagare la legna da ardere; si viveva in monolocali di fortuna, con bacinelle spostate da un punto all’altro per raccogliere le gocce di pioggia che trovavano strada facile sotto tegole crepate.

Tutto questo raccontato con l’enfasi della commozione acquistava valore aggiunto, valenza pedagogica senza eguali. Perle di verità, preziosi assaggi di un mondo ormai perduto irrimediabilmente. Di un mondo paesano fatto di profumi e viste accese come il sole d’estate, fatto di canicola e di vento di scirocco, fatto di lacrime e sospiri, di stupori e meraviglie. Un mondo di gintuzza per bene che ha dato la vita per la vita, crescendo picciriddi dagli occhi allegri.

E’ tutto così bello…

Ci sono 5 commenti a “nessun titolo”

  1. gennaio 3, 2007 at 3:05 pm | #

    tutto così bello veramente!

    Un mondo antico dove ancora si riconosceva l’importanza dell’essere solidali, del buon vicinato, degli affetti semplici come le cose intorno.

    Tu lo hai reso molto bene in questo racconto

    Giulia

  2. gennaio 4, 2007 at 11:19 am | #

    sono passata per un saluto, mi piace l’atmosfera del tuo blog!

    Ciao

    Giulia

  3. gennaio 4, 2007 at 4:23 pm | #

    augurissimi in ritardo!!!!!

  4. gennaio 9, 2007 at 10:37 am | #

    che belle immagini….

    picciriddi con occhi allegri…… chissà se noi riusciremo a farli crescere con gli occhi allegri….

  5. gennaio 10, 2007 at 12:28 pm | #

    Eccomi qui, tornata.

    Com’è andato poi il Natale? Meglio di quanto pensavi?

    Di solito è sempre così…

    Un abbraccio e buona giornata :-)

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