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16 febbraio

Mi ritrovo a leggere pagine di righini chilometrici, di calligrafia gettata con grafite dura, molto dura. Sono tra i miei fogli, tra lo studio dei miei anni da liceale ligio al dovere, amante della perfezione formale, dell’impatto grafico d’ogni cosa. Il mio Valerio riflesso nello specchio scimmiotta i miei movimenti, scrive anche lui, si ferma quando mi fermo io. Mi ritrovo qui, in questa città mia fatta di case, di sole e mandorli (già) in fiore, con i colori del miele d’arancio e il sapore di precoce primavera. Sono a casa da solo, nella mia stanza. Ribussa ai miei pensieri un desiderio di ieri… a quel tempo in cui scrivevo ancora sul diario quelle frasi che accomunano tutti gli adolescenti, quelle pagine di sorrisi, di parole dette pensandosi adulti. Sono a casa da solo. Lo ripeto anaforicamente. L’intensità dei miei pensieri è quello che voglio che rimanga indelebile nella mia mente. Come i solchi su queste pagine di metrica. Io qui ci vivevo? Dormivo qui? Mangiavo qui? Sembra un paramento teatrale, una quinta da abitare, un fondale scenico adibito a casa. Voglio trovare vita qui, ma trovo solo ricordi. È positivo? Sto zitto e ascolto. I rumori sono limitati, manca la voce di mio fratello qui dentro. Aspetta, aspetta. No, no. Non è mia mamma che lava a mano le mie camicie. È solo lo scarico del water dei vicini. Sento una tv parlare. Nessuno a guardarla. Nessuno ad ascoltarla. Solo me a sentirla. Sentirla come sento gli scricchiolii delle porte, la goccia che cade dal rubinetto della cucina. Sentire.
 

Cantami o Diva. Cantami i giorni che furono e che non saranno più. I frutti che mangiammo e che non vedremo crescere.
 

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