piccolo

Piccolo com’era si sentiva ancor più piccolo di fronte a quel giocattolo di pietra.
Mano nella mano della madre, della nonna o di chi altro, saliva, sempre col fiatone del bambino, quelle tre rampe che ispiravano corse scatenate.
“Mamma, posso correre?”
“Vai, ma non farti male. Quando entri fatti in segno della croce.”
Lei saliva. Di solito c’era un tappeto rosso. Probabilmente lo stesso di quando si sposò.
Il piccolo entrava, sporcandosi le mani di ossido, toccando il portone di bronzo, istoriato con tanti pupazzetti che facevano chissà cosa. Era buia. Anzi no, era scura.
Una folata potente entrava nei suoi polmoni.
Respirava bellezza, respirava marmi, respirava stucchi, altari, intarsi, olii, tele. Gli occhi non smettevano di fare zapping, volando, saltando come cavallette impazzite. Provate a immaginare una cavalletta impazzita. Chiudete gli occhi. Ecco. I suoi occhi saltavano così.
Boing-boing-boing.
Oro. Argento. Fascino potente.
Sulle punte, in bilico, cercava di bagnare le mani in quei conchiglioni d’acqua santa. Poi, le stesse mani, andavano, con abitudinaria curiosità, ad infilarsi nelle bocche di quei leoni di marmo. Una mano dentro il romanico, all’interno di una teca barocca. C’erano i rimbombi, c’era l’eco di voci che si gonfiavano, riempiendo i volumi, trafitti di lame di luce.
Piccolo com’era si sentiva ancor più piccolo.
Quante volte si perdeva nelle immagini fiabesche delle volte.
“Sono i santi”, diceva la mamma.
“Sono i santi…miii, che belli.”

Erano i santi, come quello all’interno di quell’urna d’argento, anche questa decorata con tanti pupazzetti. Quell’urna che, finita la festa di corse scalze e di ceri e di urla e di pianti, veniva posta su quell’altare dorato, raccolto, quasi privato, dove, con la magia più magica che un bambino potesse immaginare, cominciava ad ascendere e, così facendo, si nascondeva dietro gli intarsi e i ghirigori, precludendosi agli occhi dei fedeli oranti che già bramavano di rivederlo un’altra volta…
E il bambino, piegato sulle ginocchia, andava a raccogliere i mocci di candela e i gelsomini gettati sul santo.

Questi, assieme a tanti altri, sono state le mie immagini mentali che ieri sera hanno fatto da quinta scenografica al’ingresso in scena di Morfeo.
Cullato dai ricordi, desideroso di tornare bambino. Di tornare piccolo.

Piccolo com’ero per sentirmi ancor più piccolo.

(si, Volph, avevi ragione. Scusate per il campanilismo…)

Ci sono 24 commenti a “piccolo”

  1. giugno 18, 2007 at 6:20 pm | #

    tornare piccolo o celebrare il piccolo che e’ ancora in te?

    grazie per averci preso per mano e averci portati con te.

    henry

  2. giugno 18, 2007 at 9:08 pm | #

    L’hai fatta tu la foto? è meravigliosa!

    (p.s. Volph ha SEMPRE ragione)

    anch’io amo Noto, ma l’ho vista almeno almeno 12 anni fa, in una condizione di sgretolamento assoluto. Ora so che è cambiata!

  3. giugno 18, 2007 at 9:32 pm | #

    @henry: tornare piccolo. Proprio per sentirmi ancora più piccolo davanti alle grandi cose…io ringrazio voi..a volte rischio il patetico, ma questi attimi di vita “rivissuta” devo concedermeli di tanto in tanto..

    @volph: eh si, lo ammetto, avevi ragione. Comunque..per la foto dobbiamo ringraziare San Flickr che ci regala anche queste perle. E poi…12 anni non sono un pò troppi?!? :)

  4. giugno 18, 2007 at 10:41 pm | #

    troppi

    c’è bisogno di tornare, vero?

    Sicilia, mon amour

  5. giugno 18, 2007 at 10:42 pm | #

    la musica nuova, cos’é?

    Madredeus, per caso?

  6. giugno 18, 2007 at 11:17 pm | #

    C’è proprio bisogno..siamo cresciuti tanto. Per la musica, beh, hai indovinato (ecchecavolo! ;) ). Mai pensato di partecipare a Sarabanda?!?

  7. giugno 19, 2007 at 2:11 pm | #

    perché ne indovino 1 su 1000? In realtà i Madredeus li conosco bene, mi è andata di lusso. Ciao ciao

  8. utente anonimo
    giugno 19, 2007 at 7:55 pm | #

    da pugliese ho negli occhi le stesse immagini, lo stesso baluginare.la romanica puglia, la barocca puglia. è bello l’ amore che porti alla tua terra, mi ricorda il mio. angela.

  9. giugno 19, 2007 at 10:41 pm | #

    un grazie sincero angela…

  10. giugno 19, 2007 at 11:21 pm | #

    angela, principe: come si fa a non amare la vostra terra? spesso mi domando se non sia nato nel posto sbagliato!

  11. giugno 19, 2007 at 11:40 pm | #

    Permettimi, ma questa non mi sembra una affermazione alla Henry. Non penso che ci sia un’esclusività per la bellezza. Domandarsi se si sia nati nel posto giusto è come rinnegare parte di se stessi. Di una terra la cosa che si apprezza di più è la sua capacità evocativa, il suo saper creare immagini e ricordi che rimangano vividi nel tempo.

    Questa sorta di tensione verso altre terre, in cerca della bellezza “facile”, è molto simile a un tentativo di fuga dalla propria realtà dalla quale ci si allontana fingendo di essere miopi. La bellezza penso sia ovunque. Basta sapere riconoscerla. Basta sapere scoprirla. A volte può essere nascosta. Altre, semplicemente obnubilata da altro.

  12. giugno 20, 2007 at 8:17 am | #

    Vivere lontani dalla propria terra …mi sono chiesta spesso se sarei stata capace di rinunciare al mio sole, ai mandorli in fiore, al profumo del gelsomino…i ricordi sono nostri, ma trasportarli in giro per il mondo deve essere faticoso…le mie energie ho preferito consumarle qui, in questa città che per tanti versi non le merita perchè le pretende. Eppure è stata una scelta così facile da fare!

    Carmela…da Noto

  13. utente anonimo
    giugno 20, 2007 at 6:37 pm | #

    è questa bellezza che sentirai scorrerti dentro quando ti sentirai troppo lontano e circondato da cose troppo diverse. ricordati di quella pietra che si staglia sul cielo, ricordati di quanto sia la nostalgia a volte ad indicarci la strada. a spiegarci il passato ed aprirci il futuro. angela.

  14. giugno 20, 2007 at 9:32 pm | #

    quanto mi piace questo scorcio :)

    complimenti!

    Erika

  15. utente anonimo
    giugno 20, 2007 at 10:38 pm | #

    “A Noto si potrebbe credere a un effetto stilistico: le piante crescono in libertà sulle facciate, le violacciocche decorano tranquillamente le cornici, i rami di fico escono dai muri erosi. La volta della Cattedrale è aperta a tutti i venti, essendo crollata per la seconda volta in un secolo. I suoi affreschi azzurri rivaleggiano con il colore del cielo. I palazzi barocchi sono puntellati con travi di legno, appoggiate sul marciapiede, che impediscono loro di crollare. Tutte le loro finestre danno sul vuoto ed è un bel pezzo che i vetri hanno fatto fagotto. Altri campanili sono danneggiati pericolosamente. Le cariatidi dal naso rosicchiato sfidano il passante. Le ringhiere in ferro battuto dei balconi inclinano anormalmente la loro pancia verso la strada. Più si avanza, più si vede questa successione straordinaria di splendori fatiscenti, abbandonati, sul punto di divorziare dalla verticale, sublime illustrazione dell’ “a che serve?” di fronte al potere irresistibile della natura.

    E si pensa che basterebbe un piccolissimo terremoto per abbattere Noto. Alcuni l’hanno tacciata di teatralità. Gli scenari si ripiegano, si scambiano, ma si continuano a rappresentare i lavori teatrali. Qui siamo di fronte ad assai più di uno scenario, è la magnifica espressione dell’anima siciliana, con i suoi pieni e i suoi vuoti, il suo umorismo e la sua disperazione, il suo temperamento ciclotimico. Anima rustica, nata da un suolo infinitamente vario, sintesi di tutte le invasioni e di tutti i caos, rimasta se stessa malgrado tutto, grande sacerdotessa di un culto remoto, iceberg di una conoscenza profonda della natura umana nelle sue contraddizioni e vulnerabilità. Le pietre di Noto, curvate dall’immaginazione degli architetti siciliani, danzano un tragico paso doble. Conducono processi solenni che non la finiscono di proseguire con pompa la loro celebrazione funebre. Poiché non ne abbiamo più per molto, ebbene, cantiamo la nostra fine nel miglior modo possibile! E ciò dà la vita, splendida, trionfante, rinascente dalle proprie ceneri in un‘apoteosi di pietre dorate i cui ritmi accompagnano la danza lenta, le cui colonne segnano una rima, le cui facciate scandiscono una strofa. Ciò dà questa cittadina indimenticabile architettura divenuta danza. Ma dopotutto la danza è proprio la prima di tutte le arti, quella che precede i segni, e l’ultima, quella che viene all’uomo dopo che i cataclismi hanno annullato i suoi sforzi.”

    “Dal vulcano al caos. Diario siciliano”

    di Edith de la Héronnière.

    Buona lettura…da una “siciliana di mare aperto”!

  16. giugno 21, 2007 at 1:33 am | #

    Cara siciliana di mare aperto, da quanto tempo non vieni a Noto? Forse dal mare aperto non riesci a vedere bene, che ne diresti di un cannocchiale?

    Carmela dal centro di Noto.

  17. giugno 21, 2007 at 3:37 am | #

    Non penso che le parole di “siciliana di mare aperto” siano da interpretare in senso negativo, nè tantomeno dispregiativo. Peraltro ha solo riportato uno splendido, veritiero passo di un libro che domani stesso andrò a comprare alla feltrinelli. In che modo lineare queste frasi delineano quella che, per certi versi, è anche la cultura del siciliano e, in questo caso, del netino in particolare! La fatiscenza ci circonda e noi ci facciamo coinvolgere decadentemente, quasi nostalgicamente. Per quanto una cosa possa aggiustarsi, ce ne saranno mille altre che presenteranno, fortunatamente, la loro inesorabile usura. Usura dovuta a incuria. Usura dovuta all’inesorabilità dello scorrere. Scorrere che è comunque parte del movimento. Di quel movimento superbamente assimilabile alla danza. Quante cose si potrebbero dire…

    per adesso buonanotte…e niente polemiche, suvvia!

  18. utente anonimo
    giugno 21, 2007 at 2:06 pm | #

    Grazie, Principe…per aver compreso l’essenza del mio intento…ma non c’era da dubitarne!

    Per il resto, beh…cadano pure le critiche e le provocazioni, le deduzioni acerbe e le illazioni, se tanto vacue e sterili…

    Noto è anche la mia culla, è ancora MIA e lo sarà per tutto il resto del tempo, anche dal “mare aperto”… ma non serve un cannocchiale!!

    p.s….aspetto un post sul “Diario”!…ancora buona lettura!

  19. giugno 21, 2007 at 8:33 pm | #

    Ho capito benissimo che siciliana dal aperto riportava delle frasi da un libro, ma le citazioni le scegliamo con intenzione, o no? Vorrei soltanto che capiste entrambi quanto è difficile per chi resta sulla sua terra sopportare i giudizi di chi invece ha scelto di andarsene. Restare qui vuol dire rinfocolare ogni giorno il tormento per le mille cose sbagliate che si cerca di cambiare…eppure l’amore è così forte che non si riesce a staccarsi nemmeno per un minuto dallo spettacolo del mare e del sole…e sono queste le ultime ricchezze rimaste in Sicilia…

    Carmela

  20. giugno 22, 2007 at 10:25 pm | #

    Terra è tale perchè è tua, terra perchè davvero senti il bisogno di chinarti e baciare il primo pezzo di nuda terra che trovi quando scendi dal traghetto, terra perchè non smetti di meravigliarti, terra perchè continui a riempirti gli occhi di meraviglie e non sei mai stanco, terra perchè la gente è cordiale, terra perchè come avete detto la senti tua e terra perchè la Sicilia si fa davvero amare.

    E si fa amare con tutti i problemi, gli sforzi, le energie, i propositi, gli obiettivi conseguiti, come questo a Noto, terra che si fa amare perchè da tanto da tutti i punti di vista, ma anche se non ci fossero successi come quello di Noto la Sicilia trasmette comunque qualcosa a coloro che ci vanno, una sensazione di diverità rispetto al mondo che si sono lasciati dietro sullo Stretto per immergersi nel mondo che li aspetta.

    Firen

    P.S Il mio personale pensiero sulla Terra mia e di mio padre, ciò che di più grande al mondo ci accomuna e ci fa sognare come bambini, facendoci tornare piccoli, alla casa che siamo stati costretti a vendere, alla nonna che cucinava i pomodori secchi e le melanzane ripiene, a tante piccole cose che solo la tua terra ti può dare…

    Grazie Principe.

  21. giugno 23, 2007 at 1:27 am | #

    tutto molto intenso Fors…tutto così sincero. Sento tanta nostalgia nelle tue parole. Con un pizzico di rimpianto per qualcosa portato via dall’inesorabile.

  22. giugno 23, 2007 at 1:33 pm | #

    e’ vero Principe non c’e’ un posto che abbia l’esclusivita’ della bellezza.

    cio’ che volevo dire e’ che per alchimie di cui non conosco i segreti, mi son sempre sentito attratto dalla bellezza della tua terra, la Sicilia.

    ci sono cose splendide anche dove son nato, o dove ho studiato, o dove vivo ora.

    ma per motivi a me ignoti ho sempre sentito un’attrazione fortissima verso tutto cio’ che ‘ sicilia. e la cosa strana e’ che ci son stato solo una volta

  23. giugno 24, 2007 at 10:00 am | #

    Tanto sentimento di sicuro e un pizzico di rimpianto perchè nelle tante visite che ho fatto alla Sicilia non sono mai riuscito ad arrampicarmi su per quella salita a vedere come hanno conciato la casa dei miei nonni quelli che ci abitano adesso…

    Inesorabile perchè ormai non avrò molte occasioni di tornare con tutta la famiglia in Sicilia, sono momenti che ormai sono scappati e la resa dei conti pende davvero inesorabile sulla mia testa…

  24. giugno 25, 2007 at 6:13 pm | #

    Certo che è una bella discussione…:) Io sono nipote di emigranti, ho molti amici in Sicilia, la conosco discretamente e la amo tantissimo, questioni personali, anche. Adesso sto in una città di mare e ho imparato il senso della terraferma e del mare aperto…

    Carmela un po’ la capisco…rimanere a volte è più audace che andarsene.

    E cmq il passo su Noto citato è molto intenso.

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