past

13 agosto

In propria venit, et sui eum non receperunt

L’orto dove ho vissuto la mia infanzia, dietro la cucina della mia vecchia casa, rimane sempre un quadrato di terra piantato a basilico che riserva le più disparate scoperte, frutto del disordine matriale di mia nonna. I cesti di vimini plasmati dalle mani del nonno si accatastano nell’angolino non intonacato, dove i meloni gialli fanno da peso acerbo ai giunchi messi in ammollo. Accanto all’orgia promiscua di vasi, fioriere, scope, cassette di attrezzi, vecchie sedie e cespugli di rafia, si stendono i fazzoletti di terra dove, sotto il limone gracile, è solita scalpitare la tartaruga di turno, una di quelle che spariscono per mesi e poi riappaiono sotto le foglie del peperoncino. Il casotto con la legna da ardere è ancora lì. Le rose non ci sono più. Il prezzemolo cresce un po’ ovunque, superbamente, anche in mezzo ai mazzi di salvia, perfino sotto l’albero del nespolo. Le aiuole con le verdi foglie di asparago (così lo chiamano. Io dubito.) sono sempre ricamate dalla brillante, ormai asciutta, bava di qualche lumaca solitaria e la lavagnetta che ha sopportato per anni i miei stridenti scarabocchi è, sbiadita, ancora appesa al muro, lì, accanto ai fili per stendere i panni.

Lascia un commento

L'indirizzo e-mail non sará pubblicato o condiviso. I campi marcati con * sono obbligatori.

*
*